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Il futuro è libero

E non chiamatelo rimborso

Vi ricordate quando siamo andati alle urne per abrogare, tramite referendum, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti?
Il referendum del 18 aprile 1993 era stato chiaro: il 90.3% delle persone voleva abolire il finanziamento pubblico. Giuliano Amato, a capo del Governo, ne aveva preso atto con parole nette: «Cerchiamo di esserne consapevoli: l’abolizione del finaziamento statale non è fine a se stessa, esprime qualcosa di più, il ripudio del partito parificato agli ordini pubblici e collocato tra essi». Certo, il voto era stato influenzato dal vento impetuoso della rivolta morale contro gli abusi della Prima Repubblica, travolta da mille scandali. E magari è vero che conteneva una certa dose di antiparlamentarismo, trascinato da mugghianti mandrie di torelli giustizialisti che presto si sarebbero trasformati in bovi garantisti. Di più: forse era solo un’illusione velleitaria l’idea che una democrazia complessa potesse reggersi su partiti dalle opinioni forti e dai corpi leggeri come piume.


Ma anche chi da anni teorizza la necessità che la società si faccia carico di mantenere i partiti quali strumenti di democrazia, dovrà ammettere che la deriva fa spavento. Ve li ricordate perché nacquero i rimborsi elettorali? Per aggirare, dopo pochi mesi, senza dare nell’occhio, quel referendum-capestro della primavera del ‘93. Era dicembre, al governo c’era Carlo Azeglio Ciampi e sulle prime l’obolo imposto era contenuto: 800 lire per ogni cittadino residente e per ognuna delle due Camere. Totale: 1600 lire. Pari, fatta la tara dell’inflazione, a 1 euro e 10 centesimi di oggi. Pochi? Può darsi. Certo è che, via via che l’ondata referendaria, leghista e giudiziaria del biennio ‘92-93 si quietava nella risacca («Fare demagogia sulla politica perché sia più spartana vuol dire preparare il terreno a un ritorno della corruzione» spiegò il “retino” Giuseppe Gambale) i partiti si sono ripresi tutto. Diventando sempre più ingordi. Fino a diventare oggi, nelle sole elezioni politiche, dieci volte più di dieci anni fa.
Eppure, già la prima sterzata sembrò eccessiva. Era il 1999. L’idea transitoria del 4 per mille (volontario) sul quale i partiti prendevano gli anticipi, si era rivelata un fallimento. A marzo, con un pezzo della destra che denunciava l’ingordigia dei “rossi”, passarono l’abolizione delle agevolazioni postali in campagna elettorale e l’eliminazione dell’anticipo: i paretiti avrebbero potuto restituire in cinque anni, nella misura del 20% annuo del totale, le somme «eventualmente» ricevute in più. Macchè. Non solo la restituizione fu svuotata dalla scelta di non varare mai (mai) il decreto di conguaglio, col risultato che nessuno ha mai (mai) potuto sapere quanti soldi con quel 4 per mille i cittadini avevano dato davvero alla politica. Ma due mesi dopo, col voto favorevole di una maggioranza larghissima e il plauso anche della Lega («Questa legge ci avvicina all’Europa» disse Maurizio Balocchi, coordinatore dei tesorieri dei partiti), passò un ritocco assai vistoso: da 800 a 4000 lire per ogni elettore e per ogni Camera alle Politiche. Più rimborsi analoghi per le Europee e le Regionali. Più un forfait, volta per volta, per le Amministrative.

Una grandinata di soldi mai vista prima. Che nel 2001 avrebbe portato le forze politiche a incassare in rimborsi oltre 92.814.915 euro. Una somma enorme. Eppure l’anno dopo, a maggioranza parlamentare ribaltata, mentre invitavano gli italiani a stringere la cinghia perché dopo l’11 settembre i cieli erano foschi, i partiti erano ancora lì, più affamati di prima. Ricordate le risse di quel 2002? La destra irrideva agli anni del consociativismo cantando le virtà della «nuova era» dove mai i suoi voti sarebbero stati mischiati a quelli «comunisti». La sinistra barriva nelle piazze che mai si sarebbe lasciata infettare da un accordo con l’orrida destra. Finchè presentarono insieme una leggina, firmata praticamente da un rappresentante di ciascun partito perché nessuno gridasse allo scandalo (Ballaman, Giovanni Bianchi, Biondi, Buontempo, Colucci, Deodato, Alberta De Simone, Dussin, Fiori, Manzini, Mastella, Mazzocchi, Mussi, Pistone, Rotondi, Tardivi, Trupia, Valpiana) che portava i rimborsi addirittura a 5 euro per ogni iscritto alle liste elettorali e per ciascuna delle due Camere. Una scelta discutibile con l’aggiunta di un’indecente furberia: anche il calcolo dei rimborsi per il Senato andava fatto sulla base degli elettori della Camera. I quali sono, senza calcolare gli italiani all’estero, 47.160.244. Contro i 43.062.020 degli aventi diritto a votare a Palazzo Madama: 4.098.224 in meno. Risultato: si sono accaparrati nel solo 2006, con quel trucchetto, 20 milioni e mezzo di euro in più. Il triplo, per dare un’idea, di quanto è costata a Padova la Città della speranza che, grazie alla generosità dei privati, riesce a svolgere il ruolo di Centro diagnostico nazionale a disposizione di tutti gli ospedali italiani per l’individuazione e la cura delle leucemie infantili. O, se volete, quanto è stato investito in dieci anni nella ricerca scientifica dal centro patavino. Totale dei rimborsi elettorali nel 2006: 200.8219.044 euro. Una montagna di denaro destinata a crescere nel 2007 ancora di altri 3 milioni e mezzo. E l’anno seguente ancora un po’, e così via. Risultato: i partiti assorbono oltre il doppio di quanto assorbivano nel 2001. Il balzello è passato dal 1993 ad oggi, con l’appoggio, la complicità o il tacito consenso di tutti (salvo qualche eccezione e un po’ di distinguo) da 1 euro e 10 centesimi a 10 euro per ogni cittadino. E ogni ciclo elettorale (Politiche, Regionali, Europee, Amministrative…) ci costa un miliardo di euro a lustro. Per limitarsi al famoso «rimborso».
E smettiamola di chiamarlo così. E’ vero che il nostro è un Paese dove, nel peloso rincorrere del «politicamente corretto», è stato sancito che i poveri sono «non abbienti», i disoccupati «incollocati» e gli epilettici persone affette da «crisi comiziale». Ma la parola «rimborso» è pura ipocrisia: i tesorieri dei partiti non la usano quasi mai. ontinuano a parlare, tra di loro, di «finanzimento pubblico», come se quel referundum del ‘93 non ci fosse mai stato. E’ così è: il finanziamento pubblico dei partiti, sopravvissuto anche ai passaggi più tumultuosi, non è mai morto. Ha soltanto, di volta in volta, cambiato nome.

E il conto è carissimo. Dal 1976 al 2006 i cittadini hanno versato nelle casse dei partiti l’equivalente, in valuta 2006, di 3 miliardi e mezzo di euro. Per l’esattezza 3.419.584.022. Una somma enorme, che sarebbe stata più che sufficiente a realizzare la variante di valico tra Firenze e Bologna, considerata l’autostrada più cara della storia con i suoi 55 km di gallerie. O a finanziare la costruzione del canale progettato per riportare l’acqua dal Mar Rosso al Mar Nero.
Per non parlare dei soldi sporchi. Quelli quelli che un po’ tutti i partiti della Prima Repubblica (con rare eccezioni come i radicali) incassarono per anni e anni le bustarelle su ogni lavoro pubblico ai tempi in cui, secondo Silvio Berlusconi, dovevi «fare lunghe file per seguire una pratica e poi passare da un ufficio all’altro con l’assegno in bocca, perché così si usava nella pubblica amministrazione». Quanto avesse pesato nelle tasche dei contribuenti quel sistema di tangenti lo calcolò nel febbraio del 1993 il Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi diretto da Mario Deaglio.
Conclusione: il «presumibile ammontare dei maggiori costi sostenuti dallo Stato per effetto della discrezionalità della decisione politica» era stato, nel solo 1991, tra i 3.3 e i 4.9 miliardi. Anche se, precisava lo studio, era probabile che la verità non stesse «nel mezzo, bensì in prossimità del limite massimo». Per capirci: almeno 4 miliardi di euro l’anno in valuta di oggi. Ma non era finita: «Queste somme sono state pagate dallo Stato in eccesso a quanto sarebbe stato dovuto e possibile. Hanno quindi aumentato il deficit pubblico. Al fine di finanziare il deficit, lo Stato ha fatto ricorso ai prestiti pubblici. Non potendo restituire i debiti a fine anno, li ha rinnovati». Una spirale abnorme. Che negli anni ottanta, quelli in cui il nostro «buco» sprofondò, sempre in moneta attuale, da 137 a 772 miliardi di euro, fu responsabile, secondo il Centro Einaudi di almeno un decimo dell’inabbissamento debitorio. Con un danno alle pubbliche casse che, nel solo ultimo decennio prima dell’esplosione di Tangentopoli, potrebbe essere calcolato, secondo le stime prudenti del Centro studi torinese, in quasi 75 miliardi di euro.

[Continua domani...]

Da “La Casta” di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella pagg. 141-145

Martedì, 12 Agosto 2008 10:18 18 - Pubblicato da Jack | Articoli | , , , , , | 14 Commenti

14 Commenti »

  1. Che nausea!

    Commento di melandroweb | Martedì, 12 Agosto 2008 10:41 08

  2. Che nausea!

    Commento di melandroweb | Martedì, 12 Agosto 2008 10:41 08

  3. Solo? :(

    Commento di Jack | Martedì, 12 Agosto 2008 11:09 33

  4. Solo? :(

    Commento di Jack | Martedì, 12 Agosto 2008 11:09 33

  5. che schifo! Anzi no, che partitismo (schifoso).

    Commento di lufo88 | Martedì, 12 Agosto 2008 13:35 44

  6. che schifo! Anzi no, che partitismo (schifoso).

    Commento di lufo88 | Martedì, 12 Agosto 2008 13:35 44

  7. Non bisogna generalizzare…

    Commento di andi | Martedì, 12 Agosto 2008 17:07 13

  8. Non bisogna generalizzare…

    Commento di andi | Martedì, 12 Agosto 2008 17:07 13

  9. @andi
    hai fatto male a prestarmi il tomo di Stella&Rizzo: subisserò il blog di cattive notizie :)

    Commento di Jack | Martedì, 12 Agosto 2008 17:21 54

  10. @andi
    hai fatto male a prestarmi il tomo di Stella&Rizzo: subisserò il blog di cattive notizie :)

    Commento di Jack | Martedì, 12 Agosto 2008 17:21 54

  11. partitismo (l’ho inventata sul momento) è riferito ai partiti che sono dediti a tutto tranne che alla tutela dei propri concittadini

    Commento di lufo88 | Martedì, 12 Agosto 2008 18:11 32

  12. partitismo (l’ho inventata sul momento) è riferito ai partiti che sono dediti a tutto tranne che alla tutela dei propri concittadini

    Commento di lufo88 | Martedì, 12 Agosto 2008 18:11 32

  13. *jack

    Inondalo pure, la gente deve sapere che razza di classe politica abbiamo.

    Commento di andi | Martedì, 12 Agosto 2008 18:26 06

  14. *jack

    Inondalo pure, la gente deve sapere che razza di classe politica abbiamo.

    Commento di andi | Martedì, 12 Agosto 2008 18:26 06


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