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Succede ogni tanto, ciclicamente, che qualcuno si metta ad urlare contro Internet: è normale, ne siamo tutti abituati e ormai non ci si fa caso più di tanto. Spesso i maggiori urlatori sono i produttori di contenuti giornalistici su carta. A dar voce a questa profonda delusione della cultura della rete non sono i direttori dei giornali o il columnist di punta, ma bensì l’editore, l’amministratore delegato, il consiglio d’amministrazione delle testate giornalistiche.

Giorni fa il più grosso editore della storia giornalistica moderna, quel Rupert Murdoch proprietario di News Corp e del Wall Street Journal, rilasciò una dichiarazione dove accusava Google di violare il copyright quando ripubblicava i contenuti dei giornali producendo utili con la pubblicità a lato delle notizie. Sempre un paio di giorni fa, alcuni editori americani si sono dati appuntamento per discutere come bloccare gli annunci pubblicitari sui contenuti protetti da copyright divulgati tramite gli aggregatori online (Google e Yahoo! su tutti). L’Associated Press ha deciso di inserire nei propri articoli un particolare script – chiamato tagging technology -, che permette di rintracciare i loro contenuti diffusi senza autorizzazione. Per ultimo, ma non meno importante, in un doppio incontro Charlie Rose intervista Tom Curley e Arianna Huffington rispettivamente Ceo di Associated Press, e fondatrice dell’Huffington Post. Nulla di inaspettato a dir la verità: Curley descrive “l’esperienza di Internet”, come “una bomba. Concorrenza illimitata, senza limiti di inventario, una brutta esperienza del cliente“. La Huffington esattamente l’opposto: le abitudini dei consumatori sono cambiate radicalmente. La gente usa l’online per leggere le notizie che vuole, quando vuole, come vuole, e se lo vuole. E questo cambiamento rimarrà [a differenza dei giornali di carta, Ndt]. Tutto come da copione alla fine.

Tutto l’ambaradan mediatico di questi giorni sull’improbabile violazione del copyright di Google, Yahoo, Microsoft (e sì, c’è anche Redmond in ballo) e di tutti gli aggregatori di contenuti online, serviranno – probabilmente – solo a veicolare i produttori cartacei verso una nuova forma di rinegoziazione dei proventi della pubblicità sui supporti online di terzi. È  inutile quanto controproducente blaterare di tacite violazioni, quando se oggi non ci fossero gli aggregatori la vita di un giornale online sarebbe pari a 30 in una scala da 1 a 100. È accertato che Google News fa utili anche sulla pubblicità inserita nelle pagine delle notizie, ma vogliamo mettere quanto produce in popolarità e visite ai siti che linka? Sotto questo aspetto la penso decisamente come Jeff Jarvis.

Chi si legge le pagine di un sito giornalistico partendo dall’homepage, è soprattutto il lettore affezionato che quotidianamente apre quella pagina e si accontenta solitamente di pochi giornali leggendoli tutti, dall’inizio alla fine. Ma quante sono le persone che adottano questo procedimento basandosi sull’informazione di pochi singoli giornali, quando hanno la possibilità di leggere più notizie – o la stessa ma da diversi punti di vista – pescando nel mare magnum di Internet? Gli aggregatori online ci offrono la possibilità di spulciare tra i vari articoli dei giornali e scegliere/leggere solo ciò che ci interessa di più. La differenza sostanziale con la versione cartacea è proprio questa: scegliere il giornale tra migliaia, leggere solo la notizia che recepiamo come interessante, leggere sempre la notizia aggiornata e non del giorno prima, ma soprattutto leggere il nostro quotidiano quando ne abbiamo voglia e non necessariamente la mattina al momento della colazione o durante le pause giornaliere. Se poi Google fa soldi con le notizie pubblicate da terzi, basta che gli editori e gli aggregatori di news si mettano d’accordo per aumentare i dividenti degli advertising, e si risolvono la maggior parte delle beghe. La crisi non è solo per la carta stampata, sarà meglio che lo recepiscono bene anche gli editori.

Update. Sabadin dice: “Ci è voluto un po’ di tempo, ma alla fine gli editori americani hanno forse scoperto come è possibile uscire dalla crisi che ha colpito i giornali: basta smetterla di rifornire di armi il proprio nemico. E’ stato come sempre Ruperth Murdoch, il proprietario del «Times» e del «Wall Street Journal», a chiamare a raccolta i suoi colleghi in questa nuova, decisiva battaglia. Murdoch ha quasi ottant’anni, ma continua a vedere le cose con più chiarezza di chiunque altro. «La questione è molto semplice – ha detto -. Dobbiamo smetterla di permettere a Google di rubare i nostri copyright».

Google News paga una royalty a tutti i giornali online per pubblicare i loro articoli. Quindi vietare a Google di ripubblicare le news, come deterrente mi sembra alquanto inutile. Al massimo, come dicevo nell’articolo, possono rinegoziare gli introiti derivati dalla pubblicità su Google, e non, come dice adesso anche il vicedirettore della Stampa, chiudere definitivamente i contenuti agli aggregatori. Anche perché siete proprio sicuri che bloccando Google aumentino le vendite su carta e vi risollevate dalla crisi? Io non credo.

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