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Mi rendo sempre più conto che nel nostro Paese esiste un oscurantismo consapevole. In Italia si dice si scrive e molto spesso lo si crede pure, che viviamo in uno Stato di Diritto. Lo crediamo perché la Costituzione ci dice proprio questo, le leggi fatte finora ci indicano chiaramente che è così. Ma non è più vero! Era così fino a qualche decennio fa.

Quando nel ’94 Berlusconi vinse le elezioni e diventò per la prima volta Presidente del Consiglio, gettò le basi per una sua personalissima e privatissima Italia. Sappiamo tutti come finì quel Governo. Ma per il Cavaliere fu una manna dal cielo: non avrebbe mai capito come comportarsi in politica se quel suo primo governo fatto fuori per mano della Lega, non fosse caduto in quell’esatto contesto politico. Già nel successivo governo iniziò a “plasmare” il Paese: il primo esempio di leggi ad personam, le prime leggi a favore del conflitto d’interessi, le prime leggi per avere un ottimo ritorno al potere quanto prima, etc.

Oggi, con la larghissima maggioranza che si ritrova, ha definitivamente chiuso il discorso sullo “Stato di Diritto”. La Costituzione non è stata cambiata, leggi che che mutano diritti e doveri dei cittadini non ne sono state scritte, ma chissà come mai, l’aria che IO respiro, è quella di uno “Stato di Doveri” e non più l’ebrezza profumata di uno Stato di Diritto. Però i diritti e i doveri dei cittadini verso lo Stato e la comunità non sono cambiati, è cambiata la sensazione di averli. Non avere diritti ma solo doveri. Preciso meglio: avere pochi diritti e molti doveri.

Ieri sera su Annozero si parlava di giornalismo e libertà di stampa. Santoro ha detto una cosa che fino a quel momento non avrei mai creduto possibile: non è Berlusconi il problema, ma è il sistema che è cambiato adeguandosi alla politica del dovere. Naturalmente quest’anno si ci è messa anche un opposizione evanescente, quasi inesistente – a parte Di Pietro e paradossalmente la Lega -, e questo ha fatto in modo che gli obbiettivi di Berlusconi si concretizzassero nei primi mesi di governo, e non durante tutto l’arco della legislatura. La trasmissione di Santoro come detto era incentrata sul giornalismo, e la ricorrenza era evidentemente il centenario della nascita di Indro Montanelli. Ne è nato un dibattito abbastanza interessante proprio per il discorso che facevo prima.

Si discuteva che il giornalismo di 20 o 30 anni fa era più coraggioso di quello attuale, che nel nostro Paese i giornali sono al servizio del potere ma se il potere critica l’operato di un giornalista, oggi è molto più difficoltoso censurarlo. È tutto vero, ma bisogna fare dei distingui importanti.

Se trent’anni fa un cronista “coraggioso” aveva una notizia bomba su un politico di un certo peso, si poteva essere quasi certi che l’indomani il giornale usciva con la prima pagina esplosiva. Ma era facile anche il contrario. Se il politico in questione veniva a sapere di essere stato scoperto PRIMA della pubblicazione, è chiaro come il sole che faceva pressioni sull’editore, l’editore sul direttore, e si finiva con l’articolo censurato e spesso anche il giornalista aveva l’out-out. Chi avrebbe mai saputo della fine di un ottimo scoop e di un ottimo giornalista che faceva al meglio il suo mestiere?
Secondo distinguo. Tutti i giornali sono schierati politicamente. Fin quando i giornali verranno sovvenzionati con soldi pubblici, potremmo star certi che stampa e politica andranno sempre a braccetto e a coprirsi l’un l’altro.
Terzo distinguo. Oggi è più difficile censurare un giornalista. Oggi con Internet il cittadino ha molte più possibilità di tenersi informato e di sapere molte più cose rispetto a 20 o 30 anni fa. Ma la censura esiste ancora, anzi è molto più forte di  prima. Vi faccio alcuni esempi: ultimamente avete letto di qualche caso di corruzione politica, o di qualche caso di malasanità dove era interessato lo staff del Ministro della Sanità, o di qualche caso che si avvicina anche lontanamente a Mani Pulite? Naturalmente no. Ormai al massimo salta qualche Governatore dell’Italia centrale, qualche sottosegretario sconosciuto di un Ministro senza portafogli o giù di li. I giornali sono pieni di scandali da seconda serata televisiva, tipo le scappatelle del premier con qualche velina diventata Ministro, delle sue gaffe agli incontri internazionali, delle leggi ad personam che si è fatto appena insediato. Nient’altro: solo piccole cose rispetto a tutto quello che – probabilmente, sicuramente – è successo sotto banco.

La stampa italiana è diventata “informazione di sistema” ed è uniformata alla maggioranza che governa in quel momento. Non è uniformata a Berlusconi, ma proprio a tutti i governi eletti. Travaglio ieri sera, nel suo consueto monologo, tesseva le lodi di Montanelli accusando Berlusconi di aver violato la legge Mammì intervenendo ad una assemblea dei redattori de Il Giornale quando, proprio per quella legge, non poteva presenziarvi. Fondamentalmente tutto quello che dice Travaglio son cose vere, però, frequentando così spesso Grillo sta acquisendo il suo stesso modo di comunicare. Come il suo amico  tende a fare monologhi a prova di contraddittorio, e quando qualcuno si oppone, o risponde per le rime, cade in una specie di epilessia comunicativa. Ieri sera è stata la volta di Belpietro, direttore di Panorama ed ex direttore del Giornale di Berlusconi che fu di Montanelli. Belpietro ha ribattuto parola per parola tutte le argomentazioni di Travaglio, e lo ha fatto in un modo così convinto e convincente, che alla fine lo stesso Travaglio non riusciva a rispondere a getto, ma sembrava balbettare. Il problema è che il telespettatore disinteressato o disincantato della politica, vedendo il piccolo ma efficace battibecco tra i due, avrebbe potuto credere alle parole dello spavaldo Belpietro e non a quelle forse più realistiche di Travaglio.
A questo mi riferisco quando parlo di informazione di sistema: il potere è talmente dentro la stampa, che ormai qualsiasi cosa si possa dire contro chi governa ci sarà sempre il giornalista spavaldo e spaccone pronto a lottare con i denti pur di convincere la gente che l’unica verità è la loro. Il guaio – visti i recenti risultati elettorali – è che spesso ci riescono.

Si parlava inoltre che da quando il cavaliere è entrato in politica, i giornali si sentono sempre più minacciati dalla sua forza. Si son fatti i nomi di alcuni direttori di quotidiani silurati appena Berlusconi ne ha parlato male: De Bortoli del Corriere e Furio Colombo dell’Unità parecchi anni fa, Paolo Mieli sempre del Corriere e Giulio Anselmi della Stampa qualche mese fa. Tutti licenziati, ma qualcuno ripreso come De Bortoli, solo per aver scritto male del premier.
Se il licenziamento di Montanelli – il primo epurato della storia politica del cavaliere – si può anche comprendere visto che il Giornale è di proprietà della famiglia Berlusconi e quindi il conflitto tra i due era evidente, non si riesce ancora a capire come abbia fatto a cacciare gli altri quattro direttori, considerando non soltanto che i direttori licenziati non erano suoi dipendenti, ma soprattutto perché erano nel libro paga della concorrenza. Adesso mi chiedo: le parole di Santoro sulla “censura sistematica dell’informazione”, possono creare il panico nella nostra libertà?

Si è fatto anche l’esempio di come siano liberi i giornali anglosassoni. È vero che negli Usa e in GB i giornali sono più liberi, ma attenzione però: sono schierati anche loro. Secondo me, la differenza sostanziale tra la stampa nostrana e quella d’oltreoceano (ma anche quella di diversi paesi non anglofoni) è nell’appartenenza: gli anglosassoni hanno i “giornali di regime“, dove con il termine regime voglio dire che sono favorevoli ad un governo piuttosto che ad un altro (alle presidenziali americane il New York Times si è schierato con il democratico Obama mentre il Wall Street Journal con il repubblicano MacCain); in Italia invece, oltre che di regime sono anche “giornali del regime“, nel senso che il proprietario è esattamente chi governa il Paese. La differenza è una preposizione, ma è una preposizione che fa la differenza. Anzi la crea la differenza.

Non dico che in Italia vige un regime, se così fosse noi non potremmo nemmeno scriverlo, voglio solo ribadire le differenze di opinioni – chiamiamole così – tra giornali di diverso schieramento, specialmente quando sono di opposti schieramenti politici. Questa sottile differenza crea due principali problemi: il primo che l’opinione del giornale – e quindi del giornalista – è sempre di parte; la seconda è che proprio per questa mancanza di neutralità, in molti casi non può essere definibile “libertà di espressione” ciò che leggiamo sui giornali. Se a tutto questo aggiungiamo la possibilità intrinseca, ma ovviamente non dichiarata, che il Capo del Governo ha la possibilità di mettere in disparte il direttore “non amico”, a questo punto si può anche affermare che il nostro Paese è uno Stato di Dovere e non più uno stato di diritto. Noi tutti abbiamo il dovere di credere a ciò che dicono gli organi di stampa, ma non abbiamo più il diritto di chiedere perché certe informazioni ci vengono taciute. Chiaramente quando per caso le scopriamo.

La colpa naturalmente non è di Berlusconi, un uomo solo non potrebbe mai arrivare a tanto, la colpa è del sistema che oggi governa questo paese. Berlusconi ha solo disegnato il progetto, gli altri, tutti, senza distinguo, hanno pensato a come diffonderlo e farlo accettare dai cittadini. Come Matrix.

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