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Libertà non è un termine astratto per arricchire il vocabolario di alcune testate piuttosto che alcune tv, libertà è il modo di pensare con la propria testa, di parlare come la propria ideologia impone, di credere in “proprio” piuttosto che col pensiero degli altri. Libertà è anche un modo di scrivere assolutamente incondizionato, un modo per comunicare la propria opinione senza prescindere da quella degli altri, un modo di comportarsi lealmente senza interferire con la vita altrui. Libertà è anche il modo di essere noi stessi senza farci condizionare – finché possibile – dalle esperienze della gente quando non si avvicinano alle nostre, è il nostro modo di fare, di esprimerci e di credere negli altri e per gli altri. Libertà vuol dire molte cose, ma principalmente significa non imporre il nostro pensiero agli altri. Fortunatamente nella maggior parte degli Stati la libertà è intrinseca per legge, in altri lo è ma non si nota poi tanto, e in qualcun altro questa facoltà viene limitata da molti fattori che ne determinano la scarsa consistenza del pensiero.

Freedom House è un’organizzazione indipendente americana che da trent’anni si occupa di libertà di stampa nel mondo, ogni anno recensisce le abitudini di alcuni paesi e ne fa un report sulla libertà di stampa nel pianeta. Nel suo ultimo rapporto, Freedom House analizza 195 Paesi raggruppandoli in tre distinte categorie: “Free”, “Partly Free”, e “Not Free” – libero, parzialmente libero e non libero. Organizzato per continenti, lo studio classifica gli Stati in una speciale lista che varia per zona, popolazione e paese. L’Europa resta al primo posto come continente più libero tra quelli analizzati (è l’Europa occidentale a fare da traino), mentre l’Africa risulta quella più esposta ai capricci dei governanti locali. Passando ai singoli Stati, l’Europa come detto rimane in cima alla lista, ma ha al suo interno dei distingui che fanno riflettere: in nessun caso la libertà di stampa viene violata, ma in parecchi casi la libertà è solamente parziale. Se in Nord-Africa, in Medio Oriente e in alcuni paesi dell’ex blocco sovietico la libertà di stampa è ridotta – spesso anche preclusa – per l’intimidazione di chi governa, negli altri paesi la stampa è pressapoco libera di scrivere in piena autonomia. Su 195 paesi analizzati, 70 sono risultati liberi (il 36%), 61 sono stati dichiarati parzialmente liberi (il 31%) e i restanti 64 paesi sono risultati non liberi (il 33%). Rispetto allo scorso anno i cambiamenti sono stati lievi (due in meno dei cosiddetti liberi, e due in più per quelli parziali), e nella sostanza quindi i risultati sono abbastanza scoraggianti.

Veniamo alla classifica per Stati.

Nel Sud-est asiatico si sono riscontrati lievi miglioramenti per Maldive, Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka, la situazione è rimasta pressoché stazionaria in Cambogia, Hong Kong, Taiwan e Cina dove l’oppressione di Pechino si è fatta particolarmente sentire specie nelle regioni limitrofe, mentre l’Afghanistan è quello messo peggio.

L’Europa centro-orientale ha subito i più gravi condizionamenti da parte delle autorità locali: con i tanti giornalisti uccisi in Bulgaria, Bosnia e Croazia, gli ex paesi sovietici – assieme alla Russia – sono gli stati con la più alta concentrazione illiberale dell’intero continente.

Il Medio Oriente e l’Africa occidentale risultano al terzo posto in questa classifica. Se per il Medio Oriente è un fatto assai normale considerando i recenti fatti di Gaza, e se per l’Iraq e l’Iran il problema è di regime, per i paesi africani invece (Libia, Tunisia, Egitto, Siria etc.) è diventato un problema usuale avere a che fare con la stampa controllata. Stazionari.

L’Africa sub-sahariana è la regione che ha avuto i maggiori miglioramenti. Il Botswana, il Ciad, il Congo, il Lesotho, la Mauritania, il Sud Africa e la Tanzania sono tutto sommato parzialmente liberi, paesi come Sierra Leone, Angola e Liberia hanno fatto enormi passi avanti dando maggiori garanzie ai giornalisti, mentre in Senegal e Madagascar ultimamente sono stati rinchiusi dei giornalisti locali che andavano contro il regime al potere.

Al primo posto come dicevamo c’è l’Europa. Non c’è poi così tanto da rallegrarsi in realtà perché l’Italia, al pari della Grecia, è scivolata nella fascia di “parzialmente liberi”.

Secondo il rapporto di Freedom House, l’Italia è calata perché la libertà di parola è stata limitata dai giudici e dalle molte denunce per diffamazione, inoltre, l’aumento delle intimidazioni da parte della criminalità organizzata e dai gruppi di estrema destra, ha riportato in auge le preoccupazioni dei media sulla libertà di stampa. La ricercatrice di FH Karin Karlekar, ha riscontrato tre criteri per cui la libertà nel nostro paese è in calo: il contesto legale nel quale nuove leggi e regolamenti riducono o influiscono l’operatività dei media; il contesto politico nel quale il controllo sui media aumenta portando spesso alla censura e alla mancanza di indipendenza; il contesto economico in cui si basa la trasparenza delle operazioni, le risorse pubblicitarie distribuite solo ad una parte dei media e non a tutti, e la corruzione all’interno della politica che porta ad una conseguente corruzione ideologica dei giornalisti. Pur definendo l’Italia un paese sostanzialmente libero, la Karlekar ha dichiarato che il ritorno di Berlusconi a capo del governo «ha risvegliato i timori sulle concentrazioni di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida».

La base principale che indica se un paese è libero è quella delle garanzie costituzionali. Tra le mancanze imputate al nostro governo, sempre secondo il report di FH, c’è quella espressa con la legge Alfano contro le intercettazioni. Anche secondo FH – al pari delle italiane FNSI, Fieg, Ordine dei giornalisti e Unione Cronisti -, la legge Alfano è incostituzionale perché andrebbe a cancellare gli articoli 20 e 101 della nostra carta dei diritti, e quindi andrebbe a toccare la libertà di espressione sancita dalla nostra Costituzione. La seconda indagine che ha portato FH a ribassare il nostro range, è il modo con cui il governo esercita un controllo sui media: esiste un “autocensura” – ufficiale o clandestina – che determina un controllo sui media al punto da diventare “violenza di stato”. Questo dato è richiamato da molte dichiarazioni del premier in vicende che vedevano lui, o il suo governo, in crisi: la conferenza stampa in cui Berlusconi “rimprovera” un cronista Rai dicendo «Cosa scrive lei? Non sa che a casa mia si stanno facendo le nomine per Viale Mazzini?», oppure durante la protesta studentesca di ottobre quando disse «Portate i miei saluti ai vostri direttori da parte mia e del Ministro Gelmini» (parole che anche la federazione della stampa ha reputato minacciose) oppure l’allontanamento del vignettista Vauro dalla trasmissione Annozero. Sono tutte prese di posizione del capo del governo che cerca, nella sostanza, di invadere il campo dei media che – almeno in teoria – è libero da ideologie politiche di parte. Considerando però che i media non possono mai essere obiettivi, il premier ha solamente spostato l’ago della bilancia verso la sua parte con l’unico mezzo di cui può disporre: l’intimidazione e la censura coercitiva.

Un altra critica mossa da Freedom House verso il governo Berlusconi è sul conflitto d’interessi. “Fino a che punto i media sono controllati o posseduti dal governo e questo influenza la loro diversità di vedute? La proprietà è trasparente? La proprietà è altamente concentrata e questo influenza la diversità di contenuti?” Queste sono alcune delle principali domande che si sono posti in FH per la nostra retrocessione a paese “Parzialmente libero“. FH condivide in pieno le critiche alla Legge Gasparri sulle telecomunicazioni, e  per la Legge Frattini sul conflitto d’interesse. Per quanto riguarda la legge sul sistema radio-televisivo, i ricercatori americani hanno chiarito che lede il principio di concorrenza perché favorisce il sistema televisivo condizionandone le entrate pubblicitarie a scapito della carta stampata e di altri mezzi di comunicazione; aumenta il rischio di posizione dominante di Mediaset nei confronti degli altri network televisivi. Andando nello specifico, si nota come la vertenza europea di Europa7 – che pur avendo le frequenze ancora aspetta il ritiro di Rete4 – sia finita in un nulla di fatto viste le continue leggi e decreti di Berlusconi per ritardarne l’esecuzione; di come sia diventato il proprietario di tutti i mezzi di comunicazione televisivi avendo da una parte Mediaset, e dall’altra controllando – da parte del governo – la principale concorrente, oltre che televisione pubblica; di come in un modo o nell’altro riserba ai concorrenti sempre meno spazio (La7 probabilmente verrà ceduta da Telecom, e Sky imbavagliata dal Ddt di Mediaset Premium) e quando qualcuno si oppone fa stranamente una brutta fine: quando il governo aumentò l’iva a Sky portandola dal 10 a 20 per cento, alcuni giornali scrissero: “Lo squalo contro il caimano“. Allora era dicembre e il regalo natalizio del premier non si fece attendere: «Che vergogna, i direttori di “Stampa” e “Corriere” cambino mestiere». Oggi, esattamente quattro mesi dopo, la Stampa è diretta da Calabresi e il Corriere da De Bortoli. È normale secondo voi?

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