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C’è aria di crisi dalle parti di Via Sant’Andrea delle Fratte. Non sono ancora finite le elezioni amministrative che già i democratici fanno a gara a chi è più forte tra i forti: D’Alema e Letta appoggiano candidamente Bersani, mentre il redivivo Veltroni fa il tifo per l’attuale segretario Dario Franceschini.

Che Franceschini non vuole candidarsi lo sappiamo ormai fino alla stufa, ma allora chi lo ha candidato se già Veltroni è sceso in campo per appoggiarlo? Del resto sappiamo benissimo quanto leali siano i dirigenti del maggior partito di centro sinistra italiano: quello che sta succedendo dalle parti del Pd è un mistero più fitto della Sacra Sindone.

Allora succede che D’Alema crei il panico con alcune sue scosse baresi – da cui sono scaturite le potenti prese di posizione di tutta la cloaca destrorsa, e Veltroni lanci il suo appello per un unità riformista che cambi il Paese. Per l’ex premier Bersani è «una persona forte, un riformista non ideologico, e il paese ha bisogno di una persona come lui», ma in cosa consiste questo sbandierato riformismo D’Alema non ne fa parola. Ottobre si avvicina e Bersani si appunta un’altra spilla fedeltà da Romano Prodi che lo appoggerà ufficialmente al congresso.

L’altra corrente è targata Walter Veltroni. L’ex segretario si butta con spirito olimpico nella battaglia per la riconferma di Franceschini fiondando in campo i suoi assi migliori: il segretario del Pd sardo Francesca Barracciu, il sindaco di Torino Chiamparino, l’ex ministro Gentiloni, il giurista Pietro Ichino, l’ex ministro ombra Martella, l’euro parlamentare Sassoli, il saggista Aldo Schiavone. Ma soprattutto la stella del Partito Democratico Debora Serracchiani.

Per la Debora mangia-papi il discorso è concettalmente diverso perché ha dato la sua disponibilità a Veltroni e Franceschini per l’elezione di quest’ultimo, ma l’ha data anche ai Piombini che vogliono aprire al cambio generazionale nel Pd non appoggiando ne’ Franceschini ne’ Bersani. Questo crea, secondo me, un conflitto d’interesse non facilmente sbrogliabile.

Proprio dai Piombini potrebbe arrivare l’idea illuminante per creare quella discrepanza tanto auspicata nel cambiamento radicale di tutti i candidati. Se al Lingotto sabato 27 si dovesse arrivare alla proposta – forse anche più di una semplice proposta – di candidare uno dei “giovani” democratici alla guida del partito, probabilmente le carte in tavola salterebbero per tutti. I Piombini non saranno l’asso nella manica del prossimo congresso, ma di certo uno spirito nuovo – la famosa ventata d’aria fresca – non farebbe fatica ad arrivare dalle parti della sede nazionale.

Ma non mancheranno naturalmente gli outsider che faranno da ponte tra i “vecchi e i nuovi”: oltre alla sinistra laica pro-ricerca di Francesco Marino, ci sarà probabilmente anche quella papale di Rutelli con la sua papessa Paola Binetti, o quella con l’ulivo in mano di Bettini se rilancerà la palla decidendo di non appoggiare Bersani. Le guarnigioni sono ormai l’uno contro l’altra: veltroniani e popolari da una parte, dalemiani e lettiani (ma con gli ulivisti anch’essi a favore) dall’altra. Riusciranno i leoncini di Piombino a sbranarsi tutti questi famelici leoni?

Ma per tutta questa fantapolitica ancora abbiamo tre mesi abbondanti per ricrederci o fare i debiti scongiuri per una delle tante possibili situazioni che si potrebbero venire a creare, non ultima, quella di un megaraduno tra vecchiardi della sinistra in modo da anticipare tutti, e beffare tutti, con un candidato scelto a tavolino. Che tacitamente è la stessa arma usata in tutte le segreterie, dal Pci in poi, quando si leggeva tra le righe che un candidato non poteva avere l’appoggio unanime della dirigenza. Staremo a vedere.

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