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Torno sulla questione. Rosy Bindi presidente, Ivan Scalfarotto e Marina Sereni vice, Bersani segretario, Letta vice segretario, Franceschini capogruppo alla Camera e la Finocchiaro riconfermata al Senato. E via tutti gli altri del direttivo nazionale iniziando da Prodi e finendo con i vari Bassolino, Loiero, Latorre, D’Alema, Iervolino ecc.

Non sindacalizzo sui nomi e sulle cariche, ma sulle persone. È possibile che un partito dato per riformista e che si è dato delle regole pluraliste – leggi Primarie – per cambiare i propri dirigenti ogni tanto, almeno ogni 4 anni, possa mettere a capo delle proprie strutture organizzative e dirigenziali sempre gli stessi uomini? Vi pare possibile che il cambiamento sbattuto in prima pagina venga affossato dai soliti nomi, quei soliti nomi che girano almeno da vent’anni che hanno affossato i Ds prima e il Pd dopo? A me non pare tanto efficace come sistema.

La Bindi si riconosce come laica e popolare, Ivan probabilmente romperà le balle a tutti col suo modo di fare, mentre la Sereni è colei che disse durante gli anni dei Dico che non erano una priorità. Tre volti della stessa medaglia per accontentare le tre mozioni partecipanti alle Primarie, ma, nel contempo,eterogenei come persone e come modi di esporsi in politica e nella vita.
Enrico Letta doveva diventare il Presidente del Pd dato il doppio incarico della Bindi vice presidente della Camera, ma alla fine il buon senso ha avuto la meglio: per cui Letta è il vice di Bersani perché è giusto che chi vince si prenda le responsabilità di governare e mettere i propri uomini al comando. Della presidenza ne ho già parlato, adesso bisognerà vedere gli incarichi “minori” come andranno distribuiti. Si parla di un non cambiamento, dunque Gentiloni rimarrà alle Comunicazioni, Fassino agli esteri e Fioroni all’istruzione.

Come dicevo non molto tempo fa, Dario Franceschini si è visto assegnare la presidenza dei deputati: per carità, non c’è nulla di male, però non è il caso di parlare di cambiamenti quando invece se ne vedono ben pochi.
I meriti con i quali si è confermata Anna Finocchiaro capogruppo in Senato francamente non li conosco, l’unica sua performance degna di nota è la debacle in Sicilia e il suo ritorno in Senato con la coda tra le gambe senza avere il coraggio di fare, una volta tanto, vera opposizione tra i banchi dell’ARS. Non credo sia questo il motivo naturalmente.

In questo momento mi aspetto ben poco dal Pd, mentre mi aspetto molto dagli uomini e dalle donne che compongono il nuovo direttivo. Mi aspetto che Marino e Civati impongano l’agenda al segretario con le nostre idee sui punti fondamentali (diritti civili, laicità, primarie…); mi aspetto che Paola Concia non si debba più sentire esclusa da un partito il quale, per sua stessa ammissione, non ha le palle per fare le riforme sui diritti civili (“Sono molto contenta di avere una donna come presidente e un omosessuale come vicepresidente, ma non sarò soddisfatta finché non vedrò Rosy Bindi presidente del consiglio e Ivan Scalfarotto ministro degli esteri!”); mi aspetto che Ivan con la sua fresca nomina possa avere più spazio decisionale di quanto ne avesse con Franceschini (“Ivan, sono il tuo segretario!“). E mi aspetto che gli uomini e le donne che compongono la direzione siano veramente innovativi nelle idee e abbiano realmente quella voglia – quella forza – di essere riformisti. Di loro stessi prima di tutto.

Auguri Partito Democratico, perché è sempre meglio crederci adesso che aspettare il prossimo treno.

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