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Prima si dice che il finanziamento agli editori è un obbrobrio, dopo ci si lamenta perché li tolgono.

Naturalmente c’è sempre la voce fuori dal coro. Oggi su AnteFatto Stefano Feltri scrive: “Per una parte della maggioranza, e per Silvio Berlusconi nello specifico, c’è il piacevole effetto collaterale di mettere in difficoltà (o di far chiudere) testate sgradite o poco amate come Il Secolo d’Italia, che appoggia Gianfranco Fini, Avvenire, il Manifesto, ecc. […] Ci sono almeno tre soluzioni, di cui però nessuno osa parlare apertamente. La prima è cancellare i finanziamenti pubblici all’editoria (nel 2008, quelli relativi al 2007 erano oltre 200 milioni di euro). La seconda decidere che si finanziano i giornali in quanto espressione delle idee dei partiti, quindi tanto vale dare i soldi direttamente a loro, ai partiti. Terza ipotesi: quei soldi si spendono per “aiuti” automatici, come quelli già in essere, tipo un’Iva più bassa rispetto ad altri prodotti e parziali rimborsi degli abbonamenti postali, così si incentiva il settore. Poi tutti competono nel libero mercato, ma con costi più bassi. E vinca il migliore. Ma la politica preferisce tenere il suo potere discrezionale e assicurarsi che qualche centinaia di giornalisti stia sempre con il fiato sospeso, sapendo che il proprio posto di lavoro e lo stipendio sono a rischio.”

Dunque, tutti i giornali naturalmente sono contrari al taglio all’editoria – e in un certo senso hanno ragione. Pensare però di andare avanti con questa prassi non porta da nessuna parte: noi come Stato siamo praticamente obbligati a dare soldi all’editoria solo perché sono troppi, molti di partito e tutti devono campare; i giornali, con la scusa del finanziamento pubblico, ci marciano sopra e non creano quel tipo di giornalismo plurale e competitivo che in Italia abbiamo bisogno. Del resto però non si può nemmeno pensare che l’economia finora rappresentata dai finanziamenti agli editori, sia perenne e continui ad essere l’unica fonte di sostentamento per l’editoria nel nostro Paese.

Negli States i giornali non vengono finanziati dallo Stato e quando non riescono a sopravvivere con le proprie forze chiudono. Forse è un bene che in Italia siano andati avanti per anni i finanziamenti pubblici, forse è meglio tagliarli così, di colpo, così chi riesce a sopravvivere dimostrerà di dare un servizio di qualità e non solo di quantità. Ma forse è vero pure il contrario. Il Fatto non prende contributi pubblici… farà da apripista?

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