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Settimana scorsa si è parlato fino allo spasimo delle parole del pentito Spatuzza contro Dell’Utri e Berlusconi. Questa settimana, ma già da fin da ieri, si parlerà delle mancate conferme di Filippo Graviano contro i due di sopra. Detta così potrebbe sembrare esattamente come dicono Berlusconi e Dell’Utri, e cioè che la magistratura li attacca con presunti pentiti ma che alla fine sono le solite toghe politicizzate, le quali stanno mettendo in pratica quella congiura politica che i due indagati ribadiscono da anni, quel tanto annunciato complotto che il presidente del Consiglio grida ovunque si trovi un giorno sì e l’altro pure. Ma non è così.

Per non dare adito a dubbi chiarisco subito da dove partono le mie considerazioni. Gaspare Spatuzza è un pluriomicida mafioso: ha ucciso così tante persone che se esistesse veramente un paradiso e un inferno, probabilmente starebbe all’inferno in cella di punizione; si dice che sia stato lui a sciogliere nell’acido quel bambino colpevole solo di avere altri mafiosi come parenti; si racconta che sia stato lui ad uccidere don Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso perché parlava contro la mafia ai ragazzi del rione palermitano; si è autoaccusato di aver rubato la 126 usata per l’omicidio di Borsellino. Insomma non è uno stinco di santo, però è un pentito, e i pentiti in Italia vengono presi in seria considerazione. Possiamo stare giorni a discutere quanto e quando sono utili i pentiti e se lo fanno solo per avere uno sgravio della pena o perché si pentono seriamente. Possiamo stare giorni a discuterne, però non abbiamo giorni a disposizione ma minuti.

I pentiti di mafia hanno risolto tante di quelle indagini che se non ci fossero stati, molto probabilmente, oggi la lotta alla mafia la faremmo quartiere per quartiere perché non sapremmo se esiste una “cupola” con una gerarchia ben definita, oppure se esistono tanti piccoli clan dove ognuno si coltiva il proprio orticello. È merito del primo grande pentito, Tommaso Buscetta, che oggi sappiamo come era organizzata Cosa nostra nell’ultimo mezzo secolo; è merito di Buscetta se Riina è stato arrestato e Provenzano ha fatto la stessa fine; è merito di Buscetta se sappiamo come la politica faceva (e fa) affari con la mafia, come alcuni politici di primo piano siano in realtà dei mafiosi col colletto bianco e come sempre più politici corrotti vengono arrestati per merito dei pentiti. Quindi i pentiti sono un prodotto che va salvaguardato, curato e stimolato ad andare avanti. Naturalmente nessun mafioso diventa pentito a prescindere, ci vogliono le prove suffragate dai fatti e certezze sulle affermazioni che fanno. È sempre stato fatto così e la Magistratura continuerà a far così.

Spatuzza è un pentito comprovato dai fatti il quale ha portato alla luce omicidi commessi in prima persona, ed ha fatto chiarezza su molti omicidi commessi dalla mafia. Settimana scorsa ha fatto i nomi di Dell’Utri e Berlusconi riportando le parole dei fratelli Graviano, a quei tempi suoi datore di lavoro. Non ha detto che li ha visti e quindi non è testimone oculare dei fatti, ha solo detto cosa gli è stato riferito. La domanda è la solita: sarà credibile? La credibilità di Spatuzza in teoria non è contestabile, è casomai il suo sentito dire che ha bisogno di essere provato. Venerdì è stato sentito Filippo Graviano, boss di Brancaccio e capo di Spatuzza, diretto responsabile delle parole del pentito: «Non conosco il senatore Dell’Utri» la sua risposta. Potremmo facilmente dedurre che Spatuzza mente, esiste però anche una seconda ipotesi.
Apro una parentesi: Graviano non è un pentito, è solo un ergastolano a cui viene concessa la possibilità di parlare in un processo in cui non è parte accusata ma solo testimone chiamato da altri.
È stato chiesto all’altro fratello, Giuseppe, cosa sapeva della storia raccontata da Spatuzza, ma non si è presentato in tribunale perché stava talmente male da «non consentirgli di sopportare un interrogatorio», ma ha prontamente chiarito e ribadito più volte che la colpa è del 41bis e del carcere duro, e quindi ogni possibile occasione di interrogatorio è da ritenersi plausibile solo nel caso di “condizioni migliori”. Ovvero: se volete che parli dovete trattare e togliermi il carcere duro, dopo forse, e se voglio, possiamo iniziare un contatto e vedere se esistono i presupposti per un pentimento. La decisione spetta solamente a Giuseppe Graviano, la Magistratura può velocizzare le cose e sospendere il carcere duro, ma l’ultima parola spetterà solo all’ex capo di Cosa Nostra. È ignobile tutto questo, ma la Magistratura ha fatto sempre così quando un mafioso voleva collaborare, quindi adesso dipende da cosa si aspettano da Graviano.

Poco prima dell’interrogatorio ai fratelli Graviano, mi sono posto una domanda che ritenevo corretta: se è vero che durante i processi di mafia si chiede di confermare certe affermazioni solo dai pentiti perché solo loro vengono ritenuti credibili, vorrei capire sotto quale aspetto e per quale diverso motivo si è chiesto a due mafiosi non pentiti di confermare le parole di un collaboratore di giustizia il quale indica oltretutto loro come accusati. La Magistratura non prende mai in considerazione la collaborazione di condannati che non si sono pentiti perché negherebbero, non comprendo come mai adesso è stato fatto questo passo. Bruciare così un testimone senza avere approntato un piano di contromosse degne del grado di giudizio (siamo all’appello) è dilettantistico, la cosa che mi preoccupa è se davvero sia stato il fiato sul collo dei media ad influire, ma se così fosse – e non lo credo – ritengo che l’accusa nel processo Dell’Utri si trovi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Con gran piacere di Berlusconi chiaramente.

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