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Quando si parla di medioriente la prima cosa che viene in mente – oltre alle guerre che lo insanguinano – è il petrolio. E questo anche se l’area che identifichiamo è molto vasta e frazionata in tanti Stati che restano in ogni caso i principali fornitori mondiali di energia.

Quello che stupisce di più è che l’enorme massa di denaro, frutto dell’estrazione petrolifera, non è mai ricaduta in un benessere sociale per quelle popolazioni. Anzi, dai documentari che ci giungono possiamo vedere come questa estrazione sia stata – ed è – devastante sia per i territori che per le loro genti.

Si può quindi dedurre che questa enorme ricchezza finisca in pochissime mani e venga impiegata per il benessere avaro di poche persone che non hanno nessun interesse a forgiare un tessuto sociale più equo.

Così, mentre in Europa si è evoluta la tendenza a creare un indotto in prossimità della materia prima, il che ha dato origine a una catena interdipendente e ha trasformato la miniera in un complesso industriale molto vasto – fino al prodotto finito – nei vari Stati mediorientali si è ancora fermi al barile di greggio. Sicuramente con macchinari moderni ma con finalità ferme al giurassico.

Questo significa anche che non c’è alcuna intenzione di stimolare un’indipendenza culturale ed economica dei popoli, mettendo così anche a serio rischio il loro stesso futuro.

E la religione non sembra interessarsene tanto, anzi.

Ora è praticamente certo che “l’oro nero” non avrà una lunga durata, sia per il suo esaurimento, sia perché è in atto una trasformazione tecnologica che lo renderà obsoleto o comunque non più così prioritario.

Del resto la sperimentazione del motore a idrogeno ha già innescato il processo di riqualificazione dell’indotto [la Bmw ha già lanciato i suoi prototipi in serie, peraltro già annunciati più di quattro anni fa, così come stanno progredendo le fonti alternative di energia] e non è quindi molto lontano un futuro – che si può ipotizzare fra una decina d’anni, intorno al 2020 circa – che vedrà un crollo verticale della richiesta di greggio. Anni che sembrano ormai troppo pochi per porre in atto studi di bonifica e pianificazioni industriali in quelle terre.

Com’è possibile che in questi ultimi cinquant’anni nessuno dei loro governanti se ne sia reso conto attuando delle contromisure?

Cosa che invece è avvenuta in Europa dove dalla fine dell’ultima guerra mondiale abbiamo ricavato una spinta alla cooperazione e al progresso a vasto raggio e avviato una trasformazione, non senza traumi ma comunque proiettata a un benessere diffuso che, fra ricchi e poveri, ha permesso il farsi strada di un’infinità di categorie intermedie, contribuendo a un’erosione formale del divario sociale.

Sempre restando alle immagini dei documentari o dei racconti di chi c’è stato, in quei Paesi coesistono una ricchezza concentrata e una miseria diffusa. Mentre in occidente la religione, pur essendo gerarchica, ha sempre cercato di equilibrare con il sentimento umanitario il divario fra ricchi e poveri, stranamente nei luoghi islamici questo non sembra una priorità.

Tutta questa miseria su cui è seduta una ricchezza enorme ha favorito un fanatismo religioso rivolto alla distruzione dell’occidente, considerato come “l’unico male”.

Certo, l’occidente, attraverso le multinazionali, ha intrapreso un’azione commerciale e di sfruttamento di risorse pesantemente invasiva ma le proteste in loco sono spesso state represse dai loro stessi governanti.

Quindi questo integralismo monodirezionale contribuisce non poco a una chiusura dei rapporti con i popoli occidentali oltre a non favorire alcuna rinascita in loco.

Gli attentati e le grandi stragi lo dimostrano. Anzi, proprio l’11 settembre ha visto una contrapposizione netta fra le parti che a tutt’oggi persiste.

La miseria economica poi è facilmente associata a una “miseria intellettuale” [non è inteso come mancanza di intelligenza o saggezza] che porta a una cultura di semplice sopravvivenza dove è ben radicata la tradizione dello “status quo” e dove tutto gira secondo regole antiche e prive di stimoli per la loro evoluzione.

A questo punto è la religione a giocare il ruolo di protagonista perché è in essa che è custodito quello che serve per tirar avanti. E il potere è talmente conservativo che mantiene saldi questi principi, utilizzando qualsiasi oppressione anche se ad essere in gioco è il futuro stesso del popolo.

La grande migrazione in atto è proprio la conseguenza di questo clima, di questo potere totalitario, integralista e conservatore. Le masse che si spostano però, spinte soprattutto dalla miseria e dalla fame, trasportano a loro volta la stessa identica struttura, ricreando isole di comunità che non sembra intendano riconsiderare il quotidiano che lasciano. E questo si nota soprattutto in quel certo tipo di rivendicazioni che lasciano ben poco spazio alla mediazione.

Nel cristianesimo la domenica è il giorno riservato a Dio. E in un tempo neppure tanto lontano, nelle comunità rurali, per lavorare la terra alla domenica occorreva una dispensa del parroco o del vescovo perché gli orari delle funzioni erano ben legati a un preciso orologio teologico di cui il campanile dispensava i tempi.

Ora invece, gli orari delle funzioni sono studiati in modo da cadere nel tempo libero disponibile. Ovvero, la chiesa si è dovuta adattare ai tempi che andavano. E il campanile è diventato lo stendardo del paese mentre anche la rituale benedizione di immobili e macchinari viene, nel caso si faccia, concordata in anticipo e su appuntamento proprio per evitare interruzioni ai cicli lavorativi.

Inoltre in questi ultimi decenni anche la burocrazia della Chiesa – che pur nel Medioevo fu il primo ufficio anagrafico – è stata ceduta alle istituzioni: matrimoni, funerali, nuovi nati tanto per citare qualche esempio. Anche le festività ecclesiastiche tradizionali sono state traslate alla domenica, che è diventata il “trait d’union” fra credo e riposo/divertimento settimanale.

Questo processo di trasformazione ha infine forgiato un’istituzionalità laica dello stato, ovvero ha tolto a Dio il potere di governare la carne, lasciandogli arbitrariamente solo il governo di quelle anime che spontaneamente lo seguano.

Questo non significa che la nostra società non sia intrisa dei dettami del Cristianesimo, anzi. Però, “in nome di Dio” non si può più imporre alcunché.

Non si può dire che da parte degli amici di religione islamica si percepisca la stessa disponibilità a posticipare le loro liturgie. C’è anzi una manifesta riluttanza di molti a considerare le leggi dello Stato come primarie rispetto a quelle del loro Credo. Cosa che, nel nostro quotidiano, risulta dissonante e avulsa dalle nostre esigenze e che, se coinvolge l’intera comunità, si traduce solo in disagio per tutti.

Altra e non indifferente dissonanza è il concetto di guida religiosa strettamente intrecciata alla guida politica, in una gerarchia strettamente piramidale che limita la libertà del singolo.

La conseguenza visibile nel connubio di queste due civiltà – che non sono veramente contrapposte ma che si trovano in differenti stazioni – sta nella difficoltà di reciproca comprensione. L’occidentale vorrebbe più laicità e “libero mercato” anche nella fede mentre l’orientale non riesce a slegarsi dalle esteriorità del suo credo e sente ostile l’altra anche nella sua parte indifferente, generando una difficile integrazione e un senso di autodifesa reciproca che sbarra la porta a un mutamento emancipante. In altri termini, ciò che notiamo di più è che non riescono a concepire un vivere sociale senza Dio.

Il terrorismo è esterno alle due entità in sé ma quello di matrice islamica gioca sull’emotività religiosa, trovando protezione anche nella disapprovazione.

E infine, in un gioco di parole: loro non comprendono perché noi non li comprendiamo e noi non comprendiamo perché loro non ci comprendano.

Lo stallo è che non c’è nessun “primo passo” da fare per entrambe le parti. E proprio perché noi non possiamo tornare indietro, al clericalismo per intendersi, e loro non possono fare un passo avanti in breve tempo dato che noi, per fare quello stesso passo, ci abbiam messo due secoli.

L’unica speranza per tutti e che potrebbe sbloccare positivamente la questione sarebbe, da parte loro, una forte spinta religiosa alla laicità. L’inverso, cioè una nostra spinta laica al nostro stesso re-impossesso religioso potrebbe portare a uno scontro mortale.

Questa loro innovazione laica però dovrebbe avvenire contemporaneamente anche – e soprattutto – nei loro territori d’origine, smantellando quell’economia basata sul greggio, e farlo in anticipo sul suo troppo vicino regresso economico, creando nuove entità produttive che non forzino un’emigrazione verso l’occidente ma piuttosto un richiamo dall’occidente, ovvero un richiamo “a casa” perché sta nascendo un nuovo benessere basato sui principi religiosi e sociali che desiderano.

E qui nasce il vero problema, economico quanto politico e sociale: finché il petrolio avrà questo mercato, quanto chi gode del suo profitto sarà disposto a sacrificare per un re-insediamento sociale?

Le forze in movimento non sono solo mediorientali ma anche occidentali perché sull’occidente pende anche la “spada di Damocle” dei Paesi emergenti, Cina, India, Africa, America del sud..