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Il sindaco di Bologna Flavio Delbono si dimette perché accusato di peculato, abuso d’ufficio e truffa aggravata, e oggi gli è arrivato un’altro avviso di garanzia in base all’articolo 377 bis del codice penale che punisce chi induce un testimone a mentire. Si va verso un fine inverno rigido, gelido, per il Partito Democratico. Ma qualche spunto di riflessione lo farei pure.

Nella mailing list dei Mille ci si chiedeva qualche giorno fa quando sarebbe il momento giusto per un amministratore pubblico di dimettersi dalla carica che ricopre. Naturalmente nella maggior parte delle volte si indicano come immediate le dimissioni nel caso in cui chi viene inquisito viene beccato “con le mani nel sacco” come diceva Daniele. Ma diversamente, come nel caso di Delbono (e Del Turco), se ci sono solamente prove indiziarie spesso suffragate da prove non materiali e da testimonianze non ancora supportate dai fatti (la segretaria-fidanzata è anch’essa accusata di peculato e truffa), questa prerogativa delle dimissioni a tutti i costi mi sembra un pochino esagerata. Certo, c’è chi come Emidio dice che un politico non si deve dimettere se innocente (anzi è moralmente obbligato a non dimettersi), però dal mio punto di vista la cosa è contraddittoria per almeno due motivi: 1) se accusati di un qualunque reato TUTTI i politici si dicono immediatamente innocenti; 2) anche se innocente e quindi moralmente obbligato a non dimetterti, devi principalmente avere l’appoggio di chi ti ha sostenuto (elettori, partito, giunta…). Se diamo quasi per scontata la prima soluzione, c’è molto da dire sulla seconda.

Partendo dal principio che si è innocenti fino al ragionevole dubbio di colpevolezza, e quindi deve essere la Magistratura a indagare e il giudice a condannarti, un anno e mezzo fa anche Ottaviano Del Turco è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere, truffa, corruzione e concussione. Però, dopo un anno e mezzo e due proroghe dei termini delle indagini, l’ex governatore dell’Abruzzo non è stato nemmeno rinviato a giudizio perché non esistono prove che affermino quanto l’accusa sostiene: in poche parole è innocente.
Nel frattempo però Del Turco si è dimesso, e l’Abruzzo è passato al centrodestra per via dello scandalo derivante le accuse false della Procura di Pescara. Ora, si possono fare delle accuse perché sono stati denunciati dei fatti illegali, ma arrivare al punto di arrestare un amministratore solo per delle insinuazioni di un magnate della sanità, scusatemi eh, ma ce ne passa di acqua sotto i ponti. Che poi le dimissioni di Del Turco sono sacrosante perché i suoi collaboratori sono realmente colpevoli – anche se tutto da dimostrare, però alcuni stanno patteggiando per cui si suppone che lo siano – è un discorso pleonastico e suggestivo, ma che fanno ben capire effettivamente a che livelli oggi è la politica italiana.

Le accuse del sindaco di Bologna sono esattamente allo stesso livello di quelle fatte a Del Turco: un unico testimone a sua volta accusato dello stesso reato, prove indiziarie per l’uso di fondi pubblici a scopi privati, abuso d’ufficio con il quale avrebbe promosso la fidanzata a segretaria e portarsela in giro durante i suoi viaggi istituzionali (e non), e per ultimo è accusato di aver indotto il testimone (la ex fidanzata, sempre lei) a mentire in cambio del reintegro nel posto di lavoro e di una macchina nuova. A prescindere se le accuse verranno o meno accertate, ai magistrati non è venuto in mente che l’ex fidanzata stia facendo tutto per una qualche specie di vendetta? Sinceramente è stata la prima cosa che ho pensato. Certo, i magistrati si saranno fatti qualche domanda pure loro, ma sono comunque andati avanti certi che la signora stia dicendo la verità. Sperando sempre che la verità sia diversa da quella scoperta per Ottaviano Del Turco, perché se è la politica del sospetto a guidare, siamo proprio messi  male.

La fiducia del punto due, quindi, deve passare necessariamente da chi ti sostiene. Se i tuoi sostenitori non sono tra quelli che credono nella tua innocenza, hai voglia di dire “sono innocente e non mi dimetto”, perché non avrai più quel rapporto che si crea in un gruppo di lavoro affiatato, e di conseguenza sei destinato a fallire miseramente. Quindi le dimissioni di Delbono si potrebbero leggere sotto questa chiave, non è detto naturalmente, ma presumo sia questa l’unica strada che il sindaco bolognese abbia percorso per uscire da Palazzo D’Accursio.