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Riprendo a condividere con chi lo voglia la mia lettura del documento “da un’idea di Andrea Civati”, nella speranza che si apra un vero scambio di idee e non il solito scontro ideologico fra i battaglioni della verità assoluta – ancorché parziale – e le loro grida ciecamente contrapposte, servitù e tramite di un potere che non li considera altro che oggetti da spostare a piacere e da sacrificare a se stesso.
Questa volta però inizio da una sorta di “conclusione”, cercando di estrinsecare, pur condensandolo, il mio pensiero sull’argomento.
Di solito sorvolo sugli slogan fatti di mezze verità, da qualsiasi parte vengano; non mi prendono né mi han mai preso, come qualsiasi altra pubblicità, da cui differiscono solo perché, seguendoli a occhi bendati, siamo proprio noi a tramutarci “da noi” in oggetti sulle scansie di un supermercato.

Nei secoli passati, in nome di Dio o del mero profitto – nonché di Dio prestato al profitto – sono state sacrificate anime e culture, devastati popoli, calpestate usanze e questo continua tuttora come se i secoli fossero trascorsi senza lasciar altro segno o messaggio che consegnarsi alla massa per soddisfare le brame di pochi.
Pochi che saranno anche qualche migliaio ma in rapporto alla densità sul globo restano comunque pochi in confronto alle masse che sfruttano. E non è che consegnandoci volontariamente alla massa contribuiremo alla sua sopravvivenza, ci annegheremo e basta, e convinti di veleggiare con l’ipod ultimo modello o il televisore a parete o la “presenza” su internet purchessia ma comunque gestiti da un potere sempre più lontano e rarefatto nonché discutibile nel suo essere umano.

Noi – e intendo noi nati nella seconda metà del secolo scorso – siamo cresciuti con la favola dell’integrità nazionale, quel “nazionale” ancora troppo recente che si è compiuto nel ’18 e nel ’45, se non per tutta l’Italia almeno qui, regione di confine da sempre contesa.
Noi, italiani, ci piaccia o meno siamo tutti “di sangue misto” per i passaggi e le dominazioni che ci hanno attraversato nei secoli, a volte veri olocausti.
E proprio da questo è più che probabile derivino le nostre specifiche peculiarità, la fantasia in testa.
E, nella coscienza di ciò, non è certo il colore della pelle che mi frena a una fratellanza.

Ma, se leggendone sui libri di storia si può aver l’impressione che invasioni e guerre siano durate il tempo di un respiro, in realtà seguivano altri ritmi, annosi, in cui i nostri antenati trovarono il tempo lento di un reciproco smussare usanze fra conquistati e conquistatori, fino ad arrivare – attraversando le generazioni – a una cultura condivisa, almeno a grandi linee.
Perché tutti qualcosa lasciarono e qualcosa presero nella comune evoluzione stanziale.

Oggi, in questa sofferta fine / inizio millennio, è proprio questo tempo che vien meno con un’immigrazione incontrollata, vien meno il diritto dei popoli di mescolarsi secondo un ritmo che sia umano e non spinto in esclusiva dagli interessi economici dei soliti pochi.
Perché la “cultura nazionale” è un processo ancora in atto nella mescolanza “etnica” (“campanilistica” sarebbe forse più corretto) fra le persone native di questa lunga Italia, un processo che paradossalmente sta trovando nuova spinta proprio dall’immigrazione ma che non va scambiato o sventolato come razzismo quanto riconosciuto nel suo bisogno di affermare una cultura nazionale ancora, secolarmente, troppo giovane, inculcata da decenni ma non pienamente assorbita.
E che quindi si sente fragile, stretta in mezzo ad altre più antiche e ricche di certezze.
Proprio come gli stessi anni cinquanta del secolo scorso, con la loro spinta quasi compulsiva alla modernità, hanno creato un divario quasi tangibile fra noi e i nati nell’epoca monarchia / fascismo, epoca che, come l’ultima guerra, non abbiamo conosciuto e che ci appare molto più lontana nel tempo da quel che in effetti è, tanto che ancora non è stata consegnata definitivamente alla storia.

Per dirla in metafora, con acqua, farina, sale, lievito ed olio si fan un sacco di cose buone, dal pane alla focaccia alla pizza; e forse ci ha uniti più la pizza del pane, di certo è ormai un simbolo d’Italia nel mondo.
La pizza, non la farina. Eppure noi, esseri umani di qualsiasi colore, stiam venendo sballottati come sacchetti da riempire di farina.
E ora questa fragilità noi dovremmo metterla in discussione, smontarla e rimontarla, in un reciproco adattamento.. o accettare che venga semplicemente fatta a pezzi e gettata, una gomma che annulla secoli di faticosa storia di questo nostro popolo.
Perché questo è il “ringiovanimento demografico” che vien decantato in quel testo di Civati.
E per avvicinarsi alla verità bisogna dirlo.

Altrimenti le statistiche restano delle cifre qualsiasi. Nonché, avulse da una qualsiasi proiezione, inutili.
Continuando dunque a tener per buone le cifre del documento di Civati – che non ho messo in discussione in quanto tali – gli immigrati presenti in italia erano, un anno fa (1 gennaio 2009) 4.820.000 fra regolari e irregolari (esclusi quindi i clandestini) e ben 500.000 in più dell’anno precedente, quindi ben oltre a un aumento del 10% di nuove presenze. Se questo sarà il trend anche per i prossimi anni, e considerando che l’andamento di crescita generale della popolazione – italiani e stranieri – sia dello 0.8%, a breve saranno ben più del 10% degli italiani ed entro il 2018 più del 20%.
In altre parole fra 10 anni si potrebbero contare 15 milioni di stranieri e fra 20 anni, cioè nel 2030, più del 50% della popolazione italiana sarebbe straniera o di origine straniera.
E in questo scenario che senso conservano i termini friulano, napoletano, lombardo, siciliano, a noi così, e orgogliosamente, cari? Si può considerare ancora l’Italia una nazione? Uno stato di integrità nazionale? Sono sufficienti questi pochi anni per trasmettere le nostre peculiarità, la nostra cultura, la nostra sofferta integrazione? I nostri campanilismi? Le nostre contraddizioni o la nostra particolare nonché secolare creatività a questa moltitudine?

Perché questa è la “cittadinanza” di un Paese, è comprenderlo e accettarlo come il proprio. E noi che abbiamo impiegato secoli, possiamo trasmettere questo patrimonio a così tanta gente – e di etnie tanto diverse fra loro – in così poco tempo?
Se la risposta è negativa non c’è alcun scandalo nella mia frase in precedenza, “è grazie agli immigrati che noi moriamo”, e forse anche Andrea Civati ora l’ha compreso.

Inoltre, in contemporanea a questa immigrazione c’è la spinta neppure tanto sotterranea dei media a una nostra rinnovata emigrazione, soprattutto dei cosiddetti “cervelli”, il modo più semplice per spogliare del tutto un territorio.
Sembra quasi che non si voglia affrontare il problema in modo umano quanto razionale, che lo si neghi piuttosto che guardare avanti.

Ps: ancora non ho finito. Il seguito appena ne avrò il tempo.😉